Vinicio Capossela racconta il suo viaggio nel Paese dei coppoloni

22 maggio 2015 Interviste

Prende il via venerdì 22 maggio al Chiostro di San Francesco “La Bellezza delle Parole”, la terza edizione della rassegna letteraria che per un intero weekend coinvolge i luoghi della cultura di Cesena. Alle 18.45 Gek Tessaro presenta “Il cuore di Chisciotte”, e poi alle 21.30 fa da moderatore all’atteso appuntamento con Vinicio Capossela, che nella rinnovata veste di autore letterario presenta “Il paese dei coppoloni”, candidato al Premio Strega. Un romanzo che nasce dalla passione del cantautore per il mito e per il “racconto meraviglioso”, che parla di una terra immaginifica, ancestrale, che ha il sapore e i colori di quell’Irpinia a cui da sempre è legato per le origini dei genitori. Tutto ha inizio da un viaggio che fece nel 1997 a bordo della sua mitica Volvo, la stessa che dà il titolo all’album “Live in Volvo”. “Allora – spiega – si viveva su quella macchina, diventava casa, camerino, bar, riparo. Era un’astronave, con la testata del motore crepata. Fu un viaggio pieno di sbuffi di vapore e rabbocchi continui di olio e di acqua. Quel viaggio ci portò nelle terre abbandonate dell’Ofanto, terre del Mito, dove gli animali si chiamano in altro nome”.
E’ stato quindi ispirato dalla tradizione popolare locale?
“Sono partito da mitologie personali, di famiglia, mitologie di guidatori di camion, di barbieri e di suonatori, di rivenditori di bombole del gas, di cantanti tenore che vegliano su sale per veglioni vuote. E poi ho allargato i cerchi dell’albero con altre mitologie: il pantheon popolare dei santi e dei diavoli di paese”.
Nel non luogo globale in cui oggi condividiamo gran parte delle nostre esperienze, la rete, le memorie dei luoghi e delle persone hanno perso un po’ il loro valore, non trova?
“Viviamo un mondo completamente desacralizzato, da tempo abbiamo perduto ogni contatto con la terra, intesa non soltanto nel significato di contadini, ma di entità generante, misteriosa, fondante. La luna è un satellite e il bosco è sacro solo alla segheria, ma conserviamo in noi i diecimila anni che ci hanno reso uomini. Ri-conosciamo le cose mano a mano che ci si presentano. Quello che racconto è un viaggio di ri-conoscimento”.
Abbiamo perso i “siensi”, scrive. Si sono volatilizzati e sono conservati nella rupe che si erge sul Paese dei Coppoloni. Che luogo è questo?
“Da piccolo sentivo questa storia, che parlava in senso ironico degli abitanti di un paese posto particolarmente in alto, che per questo veniva chiamato dei Coppoloni. Si diceva che coltivassero i senni dell’intelletto in forma di mosconi, e che li vendessero a cassette, come i pomodori… Forse i siensi sono sfuggiti a tutti e se ne stanno a ronzare sotto quel dirupo. E allora, come Prometeo andò a rubare il fuoco, così bisogna andare a quella grotta a rubare i siensi”.
Da dove vieni, cosa vai cercando? Sono le domande che si pongono al viandante, nelle sue storie. E lei?
“Vengo dal paese dei Coppoloni, mi hanno rinominato Guarramon. Vado cercando musiche e musicanti nel paese dell’Eco, che mi hanno detto risuonare di suoni. Provengo dal dubbio, vado verso la Verità… Solo che la Verità non l’han voluta spiegare nemmeno Gesù Cristo. Quando Pilato gli ha domandato cosa fosse questa Verità, ha taciuto. E se ne è andato, chiedendo al Padre, sulla croce… perché mi hai abbandonato? Amen e così sia”.

[C-CES - 25]  CARLINO/GIORNALE/CES/25 ... 22/05/15